Non è possibile scrivere di Beppe Fenoglio perchè bisognerebbe saper scrivere della grande letteratura del Novecento, ed è impresa troppo ardita. Però si può leggere e selezionare ciò che della sua scrittura ci incanta.
Fenoglio nasce ad Alba, nelle Langhe, nel 1922 e qui ambienta i suoi romanzi e racconti lasciandoci testimonianza dell’esperienza della guerra e della Resistenza. Nel 1952 esordisce con I 23 giorni della città di Alba, a cui fa seguito La malora e Primavera di Bellezza. Muore, gravemente malato, nel 1963, a soli 41 anni. Postumi saranno Un giorno di fuoco, Una questione privata, Il partigiano Johnny, La paga del sabato. Nel 2005 L’Università di Torino conferisce a Beppe Fenoglio la Laurea ad honorem.

Il nome di Fenoglio è posto tra i grandi che ci hanno lasciato un’eredità letteraria e umana preziosa: la sua “fatica nera”.
“Alla morte dello scrittore, nessuno può immaginare che ad Alba giacciono qualcosa come duemila pagine di inediti e che, dunque, sarà quasi integralmente postuma la vicenda del più grande prosatore italiano del secondo Novecento.” (…) (Fonte: ilmanifesto.it)
Una “perpetua incandescenza linguistica e stilistica” in una produzione rimasta “inconclusa, ma non incompiuta.“
“Per Beppe la scrittura era un demone da assecondare seminando appunti ovunque, scrivendo appena poteva, dove poteva, in maniera febbrile.” (Fonte: rivistasavej.it)
Gran parte della sua attività di scrittore fu dedicata ai racconti, molti dei quali ambientati nelle Langhe.
“È sufficiente porre attenzione al numero di racconti pubblicati e consultare le lettere e il diario personale di Fenoglio per constatare la dedizione ai racconti ambientati sulle Langhe, con una particolare predilezione per la parte più alta delle colline, allora la più povera.” (Cit).
Di sicuro Beppe Fenoglio, nella sua opera, ci lascia descrizioni della natura uniche: le creste, i filari, la nebbia, i “bricchi”, la “piana”… Sono immagini pregnanti, piene di valore e di senso, come istantanee. Similitudini ruvide e squisite insieme, che escono fuori dalla penna dello scrittore e del partigiano, liriche e tragiche, eternamente belle anche prese fuori dal loro contesto.
Ne riporto qui solo alcune, rammaricandomi di non essermene appuntate di più durante la lettura (questo articolo sarà, per questo, un work in progress).

La nebbia
” (…) La strada era invasa dalla nebbia, ma c’erano ancora spiragli e ondeggiamenti. I valloni ai due lati ne erano invece colmi rasi, di un’ovatta assestata, immota. La nebbia aveva anche risalito i versanti, solo alcuni pinastri in cresta ne emergevano, sembravano braccia di gente in punto di annegare. (…)”. (Una questione privata)
La nebbia, nelle Langhe, è un personaggio mutevole con cui fare i conti quando ti opprime o a cui consacrarsi quando ti innalza su un mare bianco che sa di infinito.
“La nebbia penetrava nel paese a lingue e a veli, ma presto si sarebbe ispessita e fissata, e in quella previsione gli uccelli annidati nei due ippocastani già pigolavano con un senso di oppressione”. (Superino)

Il fiume
E il fiume Belbo appare, come in una mitologia personale, nelle sembianze di serpente.
“Dal margine del bosco guardando giù alla valle si vedeva Belbo straripare, l’acqua scavalcava la proda come serpenti l’orlo del loro cesto”. (Pioggia e la sposa)
“- Lo so, – dissi io in un soffio, e guardavo di traverso l’acqua profonda, variegata come la pelle dei serpenti. Era perfettamente immobile, come raggelata, ma le radici e i rami sommersi si agitavano come anime del purgatorio”. (Superino).
Ugualmente pregnanti sono le descrizioni delle persone; personaggi anche grotteschi o tragici, con un’essenza intima e universale.
“Anche sulla piazzetta lo vedevo spessissimo, solitario, con una festuca di paglia trai denti guasti e l’occhio celeste che spaziava per tutte le colline per avvistare il polverone delle corriere” (Superino).
Fenoglio ha uno stile senza retorica, che trafigge senza preavviso, cinematografico e cristallino.
“Avanzava tenendo tutto lo stradone, ubriaco di carte e di rovina”. (Ma il mio amore è Paco).
Celebre l’incipit di Un giorno di fuoco: “Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia.”
Le Langhe
Il paese di Mango, situato nelle Langhe, non distante da Alba e dal confine col Monferrato, è il paese che cita maggiormente nella sua opera (II partigiano Johnny, Una questione privata) ma anche Murazzano, nell’Alta Langa, dove sono nata e dove ambienta alcuni racconti.
“Oltre Mango stava il vero Sinai delle colline, un vasto deserto con nessuna vita civile in cresta ed appena qualche sventurato casale nelle pieghe di qualche vallone”. (Il partigiano Johnny).
Dove ci troviamo? Siamo in un territorio di colline (dai 400 agli 850 mt circa di altitudine) del medio-basso Piemonte, tra il fiume Tanaro da un lato, il Belbo e il Bormida dall’altro, ai confini con la Liguria.
“(…) Gli guardai gli occhi, gli occhi che una volta s’erano riempiti della figura di Gallesio, ma subito dovemmo tutt’e due scattar la testa in alto, che il cielo sopra Gorzegno aveva preso a sbattere come un lenzuolo teso sotto raffiche di vento” (…). (Un giorno di fuoco).
Sono terre affascinanti, illuminate da panorami rari e rinnovata ricchezza, meta di un turismo curioso e lento, luoghi però che hanno un passato duro, fatto di fatica, lotta e dignità.
“(…) Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna” (…). (Un giorno di fuoco).
Il vento
Nelle Langhe le strade principali percorrono i crinali, creste tondeggianti o affilate, disposte a catena. “Andar per Langa”, qui, vuol dire procedere lungo i crinali, spesso battuti dal forte vento che viene dalla Liguria, il “marino”.
(…) Spinte dal vento marino c’erano arrivate tra capo e collo, come sempre dalla parte di Mombarcaro, certe nubi nere come l’anima di Giuda. Col primo tuono venne giù l’acquazzone.” (Superino).
I paesi appoggiati sui “bricchi” come Murazzano o Mombarcaro, offrono panorami sulle Langhe che sembrano orizzonti inesplorati, “ultime frontiere”.
“Veniva su la luna, e dopo un po’ fu un mostro di vicinanza, di rotondità e giallore, navigava nel cielo caldo a filo del greppo della langa, come li volesse accompagnare fino in Liguria”. (La sposa bambina).

Fenoglio fu partigiano (e “scrittore e partigiano” volle fosse scritto sulla sua tomba) prima tra i garibaldini in Alta Langa, poi ufficiale di collegamento nei badogliani del comandante Martini Mauri, nelle Langhe meridionali tra Santo Stefano Belbo, Mombarcaro e Alba. Fenoglio, e con lui la lotta partigiana che percorse le Langhe divenute, tra il 1944 e il 1945, teatro di feroci rastrellamenti dei fascisti, vanno ricordati oggi e sempre.
(…) Correva come non aveva mai corso, come nessuno aveva mai corso, e le creste delle colline dirimpetto, annerite e sbavate dal diluvio, balenavano come vivo acciaio ai suoi occhi sgranati e semiciechi. Correva, e gli spari e gli urli scemavano, annegavano in un immenso, invalicabile stagno fra lui e i nemici.” (Una questione privata).

Conosciamo i “luoghi fenogliani”. Fenoglio, nato a Alba, visse anche a San Benedetto Belbo, un piccolissimo comune dell’Alta Langa dove da bambino trascorreva le vacanze. Vi tornò, dopo la terribile esperienza della Guerra, e vi ambientò il romanzo La Malora e tanti dei suoi racconti più famosi (cosiddetti “racconti del parentado e del paese” come in Un giorno di fuoco, La sposa bambina, Ma il mio amore è Paco, Superino ecc. ).
Ad Alba, l’Associazione Centro Studi di Letteratura, Storia, Arte e Cultura “Beppe Fenoglio”, promossa dall’Amministrazione comunale come strumento di “studio, ricerca e divulgazione delle tradizioni letterarie, artistiche, storiche e culturali della zona”, identifica Alba, Mango, Murazzano e San Benedetto come i “luoghi fenogliani” e ne descrive i percorsi che sono stati allestiti in questi paesi per ricordare lo scrittore, l’uomo e la sua opera.

Tra i percorsi suggeriti, uno è in dodici tappe sulle prime alture collinari tra Alba e la frazione San Rocco Seno d’Elvio, lungo i sentieri su cui si intrecciano la guerra, la morte, l’amore per Fulvia e il dubbio del partigiano Milton nel romanzo Una questione privata.
La villa di Fulvia nel romanzo non è descritta da Fenoglio (Milton) in dettaglio, ma con un solo evidente contrasto, i tetti scuri e i muri candidi, a confermagli che nulla è apparentemente cambiato. Parla la sua sola presenza. Esserne, con il cuore paralizzato, al cospetto.
“La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo. Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni.
Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo. (…) Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute belle le ciliege nella primavera del quarantadue. Fulvia ci si era arrampicata per coglierne per loro due. (…)“
Però di Fenoglio mi è venuta la curiosità di cercare altre descrizioni, ovvero descrizioni di architettura, di case, di paesi, di selciati… delle pietre delle Langhe.
Anche le case, le architetture, i luoghi della vita (o della morte) non sfuggono allo sguardo da gorgone di Fenoglio che li cristallizza con un unico tratto magistrale.
“L’osteria di Madama era la casa meglio illuminata di tutto il paese, davanti alle sue finestre ingrigliate vorticava puzzando il grosso delle falene di Belbo”. (Ma il mio amore è Paco)
Precise, impietose descrizioni (“quasi a costruire intorno alla casa uno scatolone di fetore”) arrivano come insulti alle misere pietre e ai miserabili occupanti, come ad esempio la lunga descrizione della casa della vecchia maestra nel tragico racconto Superino, di cui riporto uno stralcio, e dove “(…) Una parte del tetto aveva ceduto sotto il peso della neve e non era stata racconciata, quel vuoto appariva come una oscena piaga che mettesse a nudo il cervello stesso, corrotto e pazzo, della casa”.
La casupola
“Mimberghe è un crocchio pericolante di casupole annerite dalle intemperie, di molto alle spalle di San Benedetto, di poco sotto il crinale di Mombarcaro. La casa di questo Cora non era nemmeno nella borgata ma sorgeva isolata sul davanti di un bosco. Era bassa e storta come se si fosse ricevuta sul tetto una tremenda manata e non si fosse mai più riassestata, aveva certe finestrelle sghembe e slabbrate e un ballatoio di legno fradicio e rattoppato con pezzi di latte da petrolio. L’unico sorriso lo mandava, quella casa, dalla parte di tetto rimessa a nuovo, ma faceva senso, come un garofano rosso infilato nei capelli di una vecchia megera” (La novella dell’apprendista esattore).

“Dovette impuntarsi, ma alla fine li condusse a una casupola abbandonata sul ciglio di un poggio proprio dirimpetto al bivio, a un tiro di sten dal suo crocchio di case già mute e spente e sprangate. Ci arrivarono seguendo un lungo filare di alberi che sotto il ventaccio scrosciavano fin nelle radici.
La casupola aveva tre stanzette diroccate e scoperchiate. L’unico vano un po’ sano era la stalla, ma chiamala stalla. Era così piccola che non ci sarebbero state sei pecore, la mangiatoia poteva contenere si e no un nano, e l’ammattonato era assolutamente nudo salvo in un angolo dov’erano ammucchiate due o tre fascine spinose. C’era poi un’unica finestrella, mancante del vetro e con l’impannata sfondata, e l’uscio aveva delle fessure in cui passava la mano piatta.
Cominciarono la guardia alla mezzanotte. Sceriffo montò per il primo turno. (…)” (Una questione privata)
E la casa è sempre in relazione alle coordinate geografiche, a quelle Langhe aspre e povere, difficili da percorrere, sotto le intemperie. Una casa la scorgi salendo, scendendo, fuggendo, cercando.

Il paese
“Passò sulla pedanca fradicia e sbilenca. Il paese oltre il greto era sempre perfettamente silenzioso, formicolava di silenzio.“
Il greto era largo, le pietre posavano su un letto di fango vivo, cosicché dondolavano e sgusciavano sotto i suoi piedi. Non vedeva nessuno, non una vecchia né un bambino, alle finestre o sui ballatoi posteriori delle case sopraelevate che da quella parte chiudevano la piazza maggiore del paese”. (Una questione privata )
La stalla
“Era una grande stalla, illuminata da due lumi a carburo appesi a travi. C’erano sei buoi alla greppia e in uno stazzo una decina di pecore. Matè stava nel centro della stalla, seduto su un ballotto di paglia. Due altri partigiani sedevano sulla mangiatoia, continuamente rintuzzando con le ginocchia i musi accostanti dei buoi. Un altro dormiva in fondo al cassone del foraggio, gli si vedevano i piedi divaricati appoggiati all’asse del cassone. Presso l’uscio della cucina una vecchia sedeva su un seggino da bimbo e filava la conocchia. I suoi capelli apparivano della medesima materia del filato. (…)” (Una questione privata)

La strada
“Era appena spiovuto e tirava un vento così forte e radente che scrostava la ghiaia dal suo letto di fango e la faceva ruscellare per la strada. La luce si era già quasi tutta ritirata dal mondo e i mulinelli del vento concorrevano a diminuire la visibilità.” (Una questione privata)
A questa piccola selezione di estratti in ordine sparso, o assoluto disordine, proverò a dare un seguito perché l’opera è vasta e so che mi farà gradite sorprese. Concludo, per ora, con un’immagine di amore e di gioventù.
Il “ciabot”
“Arrivarono al loro posto a mezza costa della collina, era un casotto rustico con un pianterreno per il riparo degli uomini delle bestie e degli attrezzi e sopra una stanza aperta da due lati per il foraggio. L’avevano scoperto quell’estate, mentre si cercavano un buon posto nel verde e venne giù un temporale.
Vanda salì per prima al piano del foraggio scalando l’inferriata della finestra del pianterreno, sapeva di contentarlo salendo per prima, perché lui godeva da basso a vederle fare quella ginnastica.
Lei guadagnò l’orlo del fienile e subito disse: – Oh, hanno portato via il fieno, questi disgraziati di contadini!
–Non fa niente, ce ne sarà rimasto abbastanza, entra dentro, – e salì.” (La paga del sabato)


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