La nostra penisola è da sempre soggetta ai terremoti, anche se, per far fronte a questi fenomeni che da secoli portano distruzione e lutti, non abbiamo saputo mettere in atto strategie costruttive antisismiche e una cultura della prevenzione efficace come accade in altre nazioni come Taiwan, il Giappone, il Cile, gli USA.

San Francisco ha 5000 terremoti all’anno, il Giappone 2000. In questi Paesi l’ingegneria antisismica, applicata anche in grattacieli alti centinaia di metri, ha dell’incredibile!
I terremoti in Italia: un lungo elenco
Il terremoto si origina dall’attivazione di faglie. La faglia, ci dice la Treccani, è
la “frattura di masse rocciose accompagnata da spostamento relativo delle due pareti (o labbri) lungo il piano di frattura o di faglia, che può essere verticale o inclinato”. Questo movimento genera un’enorme energia e provoca il terremoto.
In Italia le faglie attive sono state responsabili dei terremoti disastrosi del nostro recente passato come a Norcia nel 2016 (Faglia del Monte Vettore), ad Amatrice nel 2016 (faglia di Amatrice-Campotosto), a L’Aquila nel 2009 (faglia di Paganica), ma anche nel Pollino, nel Matese, in Irpinia, in Friuli, e si ricorda tragicamente anche quella del Terremoto di Messina del 1908.


In Emilia Romagna le faglie sepolte del fronte padano sono responsabili del terremoto del 2012. Perchè “sepolte”? Perché coperte da sedimenti e per questo non individuabili.
Ed è proprio nella notte del 20 maggio di quattordici anni fa che un terremoto di magnitudo 5.9 ha sconquassato Finale Emilia, comune a circa 50 km da Bologna, per poi ripetersi la mattina del 29 maggio.

Se la magnitudo è una sola (misurata dalla scala Richter) e determina quale energia la scossa ha liberato, l’intensità (misurata dalla scala Mercalli) è la misura degli effetti osservati in un determinato luogo. Quindi un terremoto singolo può avere intensità diverse nei vari luoghi e per le diverse condizioni.
L’evento, con coordinate geografiche (lat, lon) 44.8955, 11.2635 ad una profondità di 10 km, ha coinvolto significativamente nel distretto sismico le province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia, Parma, Bologna e Rovigo, ma si è percepito in aree molto più vaste. Intere comunità sono state colpite materialmente e psicologicamente, in un lutto collettivo che impiega anni per essere elaborato, mentre i segni tangibili sulle cose piano piano sono diventati cicatrici più sottili.
Il terremoto che ha colpito la popolazione e il tessuto edilizio e produttivo della regione ha fatto danni soprattutto alle architetture storiche spesso in stato di abbandono.
Questo è avvenuto perché, purtroppo, la maggior parte degli edifici di valore storico non erano più utilizzati già prima del sisma. Tra questi sicuramente ci sono stalle e fienili che hanno generalmente pilastri molto alti in muratura, spesso costruiti da un perimetro di mattoni e pietrisco all’interno.
Le abitazioni, avendo una struttura più solida e meno vulnerabile, hanno subito danni minori.
Ma, quindi, come ricostruire nel post-terremoto rispettando il paesaggio rurale della pianura emiliana?
Il terremoto del 2012 e il recupero edilizio in Emilia Romagna

La ricostruzione è stata mirata a ripristinare e migliorare il patrimonio architettonico dal punto di vista della sicurezza sismica e dell’efficientamento energetico. La ricostruzione è però anche stata un’occasione per fare studi approfonditi sul tema dell’architettura e del paesaggio e per riflettere su:
- come gestire l’edilizia agricola e i suoi cambiamenti
- come demolire e ricostruire
- come “recuperare” il patrimonio storico e quindi dargli nuove funzioni
- come gestire gli edifici che non sono recuperati
- come inquadrare l’edilizia esistente in un’ottica di riqualificazione ecologica

Importante è, nelle intenzioni della Regione, dare ai progettisti delle linee guida cioè metodi ed esempi su come integrare mondo agricolo (con le sue necessità produttive) e paesaggio, cioè promuovere una “visione paesaggistica” del territorio rurale.
Le linee guida sono ad uso delle Amministrazioni comunali che devono valutare gli interventi richiesti e i progetti secondo un sistema di assegnazione di punteggi e dare risposte a tante domande:
- Quali sono i metodi per ricostruire?
- Come si deve tenere conto del contesto degli altri edifici in cui l’immobile si trova?
- Come considerare il paesaggio tipico della zona in cui l’immobile si trova?
- Come ampliare gli edifici e come costruirne di nuovi?
- Come gestire gli spazi aperti e il verde?
A sei mesi di distanza dagli eventi sismici del 20 e del 29 maggio del 2012 la Regione fissa la filosofia e i principi di gestione della fase post-sisma attraverso l’emanazione di una norma regionale (L.R. 16/2012).
In definitiva tre sono i cardini intorno a cui ruota il recupero edilizio e in generale la tutela del paesaggio che deve orientare gli interventi di progettisti, architetti e committenti.
- il contesto (cosa c’è intorno)
- gli edifici (volumi, facciate e coperture)
- gli spazi aperti (area cortiliva e vegetazione).
Come tenere insieme urgenza degli interventi e qualità? Come ricreare un paesaggio?
La priorità è data al ripristino degli edifici e al loro miglioramento sismico, per garantire la ripresa della vita e delle attività.
Si può ridurre la volumetria degli edifici crollati e ampliarla in fasi successive fino a raggiugere la soglia del volume preesistente. Si può cioè modificare lo stato di fatto in base alle esigenze che si hanno. I nuovi fabbricati di servizio potrebbero alterare l’aspetto della “corte” nel suo complesso e per questo sono importanti la posizione, i materiali e le facciate dei nuovi edifici.
L’indicazione è di riedificare avendo come riferimento le “tipologie architettoniche e compositive e nel rispetto dei materiali della tradizione locale e delle tecniche costruttive presenti nel territorio comunale e che connotano il paesaggio rurale di pianura”.
Dove gli edifici sono crollati la disciplina di tutela non vale (L.R. 16/2012). Si intendono crollati anche gli edifici tutelati le cui “strutture portanti verticali siano crollate per più del 50% coinvolgendo la prevalenza delle strutture orizzontali e di copertura”. Non vale anche quando è dimostrata l’impossibilità di recuperare un immobile.
Ma come si crea un paesaggio rurale contemporaneo? Un paesaggio che rimanga legato ai segni già esistenti, ma rinnovato per essere più sicuro e funzionale?
Le linee guida regionali per la ricostruzione
Il Metodo suggerito dalle linee guida regionali prevede 4 fasi:
- analizzare i danni, il che vuol dire capire cosa si può fare, capire di che cosa si ha davvero bisogno
- analizzare il paesaggio e cioè le potenzialità e le condizioni dei luoghi, vedere cosa c’è già di costruito e come riorganizzarlo tenendo conto dei vincoli e delle possibilità
- progettare i nuovi fabbricati verificando l’impatto sul paesaggio
- definire la vegetazione facendo periodiche manutenzioni.
Importante è che “prima di costruire nuovi edifici deve essere vagliata la possibilità di recuperare l’edificazione esistente“.
Si considera anche il “valore che il complesso edificato riveste in sé, per la sua rarità, per l’epoca di costruzione, per la sua rappresentatività, per la sua funzione, o in relazione al significato che gli viene attribuito dalla collettività”.
Non sempre la risposta più giusta sarà rifare “com’era e dov’era”, ma il progetto deve considerare tutti i fattori per poter rispondere alle esigenze degli agricoltori, per garantire la qualità della ricostruzione e la “conservazione” del bene “paesaggio” per la collettività.
Conoscere per ricostruire
Per fare ciò bisogna conoscere il territorio e il suo paesaggio specifico. Ovvero la sua storia, le sue forme, le relazioni tra case, strade e spazi aperti. Bisogna conoscere la vegetazione e le colture tipiche, i luoghi e le funzioni del lavoro. Come l’uomo si è insediato, la cartografia, la geologia.
Per esempio, se si deve delocalizzare strutture bisogna farlo seguendo criteri di rispetto, perché “Nelle aree di valore naturale ed ambientale, o in contesti fragili, le delocalizzazioni potrebbero avere impatti ambientali e paesaggistici da scongiurare.“ Inutile poi è ricostruire fabbricati che già prima del sisma non erano utilizzati o erano poco funzionali.
Fermo restando la priorità data alla prevenzione dei rischi idrogeologici, si devono rispettare le linee di forza del paesaggio.
Cosa vuol dire? Che è importane considerare la percezione visiva dell’architettura, sia da lontano che da vicino.
Cioè la costruzione deve essere coerente con le trame del terreni e dei canali, le strade e i confini, i boschi e la vegetazione presente, l’edilizia storica. Campanili, chiese, ville storiche, vanno considerati perchè sono punti focali della percezione del paesaggio esistente.
Interessante quindi è che tra gli elementi del progetto architettonico sia inclusa la visibilità. I fattori visivi entrano in gioco. Per ampliare e modificare uno stabile diventa cioè importante come lo stesso sarà visibile dalla strada, e in base alla vegetazione presente, se frutteto, vigneto o orti. Anche le piante che potranno schermare e ombreggiare le strutture sono oggetto di progetto.
Inoltre, se il fabbricato è a ridosso di percorsi turistici che valorizzano il territorio e il suo godimento, ciò ha un peso.
Questo perché nelle indicazioni della Regione la ricostruzione deve essere considerata un’occasione preziosa per riconfigurare il territorio rurale restituendogli qualità, e realizzare così un progetto non individuale, bensì collettivo.
Ed oggi, dopo più di dieci anni, possiamo dire che l’auspicio di non ricostruire creando dei “falsi storici” e di evitare di urbanizzare l’ambiente rurale più di quanto non lo sia già è stato onorato?
Bibliografia di riferimento: Paesaggi da Ricostruire Linee guida per la tutela, valorizzazione, ricostruzione del paesaggio rurale nella bassa pianura emiliana © 2013 Regione Emilia-Romagna

Lascia un commento